Dario pm Geraci

Scrittore

Quanto costano le more… ( o delle impareggiabili virtù della timidezza)

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Erano dei giorni strani. Giorni che ciclicamente tornavano.
Giorni zuppi di alcool nei quali intingere i ricordi che martellavano il cervello incessantemente. Una folle cassa rullante che gli annebbiava la vista, a tratti e che di sicuro annebbiava i suoi orizzonti.

Confusi, imperscrutabili.
Stava attraversando il lungo viale alberato che circondava il centro quando venne attratto da un modesto ombrellone bianco e dai quattro scalcinati tavolini di metallo ad esso sottostanti.

Non si risparmiava mai quando c’era da mettere nello stomaco qualche goccio d’alcool e pazienza se l’afa lo faceva boccheggiare e le sigarette iniziavano a diminuire drasticamente dal quel pacchetto sempre troppo largo che ogni tanto gli cadeva dalla tasca dei pantaloni.

Il solito ritrovo di anime perse, tanto quanto lui pensava.

Un rifugio antiatomico creato per ripararsi da una bomba già esplosa.

Un luogo di ritrovo in caso di disastro. Disastro già avvenuto visto il numero corposo di avventori.
Pensò fosse il luogo ideale in cui perdersi per qualche ora.

“Un caffè, grazie”. Beveva il vuoto più che il contenuto della tazzina.

Non si soffermava mai ad osservare gli interni del locale, o meglio lo faceva, ma con quell’espressione vuota e priva di entusiasmo tipica degli architetti di fronte al progetto di una lavanderia a gettoni.

Scandagliò l’interno delle tasche alla ricerca dell’accendino. Si accese una delle sue lunghe sigarette, voltando le spalle all’ingresso.

Fu in quel preciso istante che la vide.

Bella, ma di una bellezza diversa. Malinconica.

Un’imperatrice in lutto.

L’impatto fu devastante, tanto che il suo proverbiale rituale di inumidire il filtro non gli riuscì, tanto secche erano diventate le sue labbra.

Lei guardava tutti di traverso. Occhi bassi e movimenti involontariamente suadenti.

La visione lo intorpidì catapultandolo in uno stato catatonico che lo paralizzò bloccandogli un singulto.

Devo bere pensò. Così fece.

Dicono che nelle situazioni di pericolo, il pensiero degli uomini vada inconsciamente a posarsi sull’elemento capace di infondergli il più alto grado di protezione. Pare si pensi alla madre.

A me si manifestò una bottiglia di Wild Turkey. Ma questa è tutta un’altra storia.

Continuava a fissarla imperterrito.

Ogni singolo movimento che lei effettuava da dietro al bancone. Era piombato in una dimensione parallela nella quale il banco del bar gli sembrava la hall di un grande albergo e lei possedeva la chiave di tutte le stanze.

L’aria pareva irrespirabile. I vestiti ormai madidi di sudore gli si incollavano addosso e sebbene portasse solo una maglia ma si sarebbe scuoiato vivo tanto stava soffrendo.

Ingollò con disinvoltura il secondo bicchiere. La cornice intorno a lui iniziava ad infastidirlo. Gli schiamazzi erano diventati urla di corvi impazziti, la musica una marcia funebre implacabile, anche il rumore dei telefoni si faceva pressante.

Eppure pareva essere l’unico in quello stato là dentro. Ridevano. Ridevano talmente tanto che le loro smorfie di felicità ,mutilavano a tal punto i loro lineamenti, dal sembrare di essere ospite di un carro carnevalesco di pessimo gusto.

Timidezza. Timidezza atavica, sua fiera compagna di viaggio che mille e mille volte ancora lo aveva rovinato, paralizzandolo, ma alla quale ormai era abituato a tal punto dall’avergli persino dato un nome, a mò di amico immaginario.

Eppure sentiva di dover fare qualcosa. Qualcosa che per qualunque altro uomo sarebbe stato di una naturalezza estrema ma che a lui pesava quanto salire su un altare in chiesa e bestemmiare durante l’eucarestia.

Finì in un sorso quanto era rimasto in fondo al bicchiere, ghiaccio più che altro e con tutto il coraggio che non aveva mai avuto si fece strada verso il bancone.

Il tragitto, mediamente percorribile in cinque secondi scarsi, lievitò a tal punto nella sua percezione che gli sembrò di essere uno di quei rivoluzionari francesi pronti all’impiccagione in nome della libertà.

Ma no. Non era decisamente alla Bastiglia e non indossava affatto pantaloni a sbruffo.

Era quasi arrivato, la stava fissando negli occhi, quando avvertì una leggera pressione alle sue spalle. Come i rallenty delle gare di corsa, fu scalzato al traguardo con un rapido movimento di anche da un miserabile ragazzino che si frappose tra lui e la sua personalissima meta.
“Ciao bella” , le disse “non sai che giornata oggi..”.

Lui fece finta di niente, non arrestò nemmeno il passo e come se nulla fosse mai accaduto, passò oltre, violaceo in volto e rovente sotto gli abiti.

Varcò la porta dei servizi e raggiunse il lavabo.
Si fissò allo specchio intensamente, si sciacquò il viso e i polsi.

Che idiota pensava. Aveva sempre fatto bene a non tentare nemmeno.

Quasi si vergognò ad uscire dal bagno ma lo fece percorrendo stavolta rapidamente il piccolo corridoio che lo divideva dall’uscita.

“Allora, sono 3 whiskey, 1 caffè e 2 birre; fanno 15 euro”
Estraendo il portafoglio pensò che aveva perso quindici euro, un’ora della sua vita e quel poco di dignità che conservava gelosamente.

Quanto costano le more..
Era l’ultima volta si ripeteva a mò di adagio tra sé e sé.
Le bionde forse costavano di meno ghignò, estraendone una dal pacchetto.

La accese e si rituffò lungo il viale alberato.

La cassa continuava a rullare ma era fiducioso che il whiskey avrebbe fatto il suo lavoro.

In un modo o nell’altro.

Prima o poi..

Mi sento sempre attratto dai posti dove sono vissuto, le case e i loro dintorni. Per esempio, nella Settantesima Est c’è un edificio di pietra grigia dove, al principio della guerra, ho avuto il mio primo appartamento newyorchese. Era una stanza sola affollata di mobili di scarto, un divano e alcune poltrone paffute, ricoperte di quel particolare velluto rosso e pruriginoso che ricolleghiamo alle giornate d’afa in treno. Le pareti erano a stucco, di un colore che ricordava uno sputo tabaccoso. Dappertutto, perfino in bagno, c’erano stampe di rovine romane, molto vecchie e tempestate di puntolini scuri. L’unica finestra dava sulla scala di sicurezza. Ma, anche così, mi si rialzava il morale ogni volta che mi sentivo in tasca la chiave del mio appartamento; per triste che fosse, era un posto mio, il primo, e lì c’erano i miei libri, i barattoli pieni di matite da temperare, tutto quello che mi occorreva (o così almeno pensavo) per diventare lo scrittore che volevo diventare.

Truman Capote; Colazione da Tiffany, 1958

L’uomo vestito di marrone

uomovestitodimarroneLo devo ammettere. E’ brava, molto brava.
Non che ne dubitassi; quando però un autore proprio non ti va giù è arduo intraprendere la lettura di qualche sua opera.
Con la Christie è sempre andata così. Ok, “Tre topolini ciechi” , “Dieci piccoli indiani”; “Nella fine è il mio principio” e il bel “L’assassinio di Roger Ackroyd” sono dei capolavori indiscussi, testi che al sottoscritto piacquero eccome, ma non basta.

No

.
Nella sterminata produzione di un’ autrice che (a ragione?) viene considerata la capostipite del genere Giallo, mi aspettavo di più. Così, per anni, non ho più intrapreso la lettura di alcuno dei suoi romannzi.

Fino a ieri.
Mi trovavo a girare, come spesso accade, per vecchi mercatini dell’usato (a dire la verità non è che ve ne siano più molti oggigiorno). Senza voler trovare nulla di particolare, eccetto le migliaia di titoli che tengo a mente costantemente, la mia attenzione viene carpita da un vecchio “Classico del Giallo Mondadori”. Ora, deformazione professionale o mera curiosità, poco importa. Ciò che mi ha portato alla lettura della costina laterale è stato senz’altro il titolo “L’uomo vestito di marrone”.
Il gioco dei rimandi cinematografici e letterari non poteva che evocarmi “L’uomo dal vestito grigio” fenomenale film del 1956 di Nunnally Johnson, con Lee J. Cobb, Gregory Peck e altri formidabili interpreti. Il film, era tratto dal romanzo omonimo di Sloan Wilson, opera che da tempo aspetta di essere acquistata e letta…
Sarà stato il titolo, l’immortale fascino dei vecchi e cari Gialli Mondadori, o la mia immancabile frenesia compulsiva verso l’acquisto, fatto sta che “L’uomo vestito di marrone” ieri, ha trovato domicilio presso la mia abitazione.
Due ore, tanto è stato il tempo che ho impiegato a leggere lo “strabiliante” romanzo della Christie. Mai avrei pensato che tale autrice potesse regalarmi divertimento e, perchè no anche qualche emozione.

“L’uomo vestito di marrone” è un incredibile cocktail di giallo, spionaggio, noir, commedia degli equivoci, insomma, tutta quella gamma di generi che contribuiscono a rendere un romanzo assolutamente indimenticabile. Leggero e denso come un pezzo di Goodmann, colorato come un film della Hammer e frizzante come una commedia di Woody Allen.

Finendolo, mi sono tornate alla memoria le parole di Lia Volpatti, storica del Giallo, che, in una fredda e nebbiosa serata al Sud di Milano lanciò un monito dal palco: “Molti criticano la Christie, pochi l’hanno letta”…Io, pur rimanendo della mia idea ( ottima scrittrice, non mito assoluto) ammetto le mie colpe , e, in futuro, non escludo di bere un altro tè con la Sig.ra Agatha.

PS: per gli ardimentosi.
Esiste una trasposizione televisiva di questa opera della Christie. Trascurabile secondo i più, io, per dovere di cronava la segnalo comunque:

L’uomo dal vestito marrone
[Agatha Christie’s The Man in the Brown Suit, USA, 1989, Giallo, durata 100′] Regia di Alan Grint
Con Rue McClanahan, Tony Randall, Edward Woodward

Sushi grave o della tragica sinergia tra il porno e il wok cinogiapponese

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Sono un tipo vorace.
In tutto.

Quando mangio non ho un fondo e più l’offerta è varia più mi avvicino a quello che un critico gastronomico potrebbe definire un orgasmo culinario.

Quando pratico autoerotismo non ho un limite e più l’offerta è varia più mi avvicino a quello che un critico cinematografico potrebbe definire un orgasmo di “genere”.

Oggi piove e io quando piove non riesco a fare nulla.

Ho superato la meteoropatia, l’ho surclassata, me la sono ingollata e l’ho portata ai suoi effetti più estremi e devastanti.

Quando piove io non esisto.

Mi trascino mollemente tra un pranzo a buon mercato e un video porno.
Cammino entrando di proposito nelle pozzanghere e rido.

Fumo. Non so dove andare.

Oggi non ho concluso nulla. L’atto fisico più impegnativo compiuto fino ad ora è stato masturbarmi davanti ad un video di Sasha Grey.

Non mi piace nemmeno, ma piove e io non ho voglia di fare niente, mi va bene tutto ed è andata così.

Cammino ancora e vedo l’insegna fetida di uno di quei subdoli eat as you can cino-giapponesi.

Non ho nemmeno voglia di esprimere il mio dissenso verso l’accostamento idiota tra le due culture.
Ragiono come tutti oggi. Hanno gli occhi a mandorla. Tanto basta.

Entro, respiro aria dolciastra fritta.
Supero il conato.
Mi siedo.
Quando mangio non ho un fondo.
L’offerta è varia.
Lascio che il rullo scelga per me e ingoio.
Di tutto.
Come Sasha Grey.

Piove, quando piove non faccio niente.
Non penso a niente.
Sono seduto al tavolo da solo.
La scena mi provoca pietà autoindotta.
Me ne frego e mangio.
Non vedo il fondo.

Cristo, cosa sono diventato.
Sono al centro di una gangbang alimentare e mi piace.
Mi guardo nello specchio di fronte.
E’ appannato dal vapore della cucina.
Intravedo la mia espressione compiaciuta come quella delle attrici hard che guardano in camera.
Sento una fitta al cuore.
Oggi piove e non ho voglia di fare niente nemmeno di urlare.

E’ il fondo.
E’ la fine.
Sono impietrito. La mia smorfia è paralizzata come quella delle attrici nei video quando si blocca la barra del caricamento.
Sono in buffering.
Come Sasha Grey.
Sono morto.
Merda.
Piove e non avevo voglia di fare niente.
Nemmeno di mangiare giapponese e poi morire.

Crollo. La mia bara è la barca del Sashimi.
Sushi Grave.

Sono per terra, esanime.
Come lei.
Sasha Grey.

Ho bisogno di dormire. Almeno otto ore al giorno, e almeno dieci per notte.

 

Bill Hicks

Bobby Darin, Gordon Parks e James Bond.

E’ disponibile on line – qui – il nuovo numero di Mr.Bond, l’unica rivista dedicata alla celebre spia inglese. Sessanta pagine a colori, ricche di immagini, dossier e interviste, all’interno della quale potrete leggere il mio articolo dal titolo In tempo di crisi…meglio investire in Bond!

 

Vi segnalo anche l’imminente uscita in edicola, sulle pagine del mensile Musica Jazz, del mio articolo mongrafico dedicato al compianto Bobby Darin.

Nei prossimi numeri verrà anche pubblicato un mio approfondimento su Gordon Parks, del quale vi consiglio la mostra allestita dalla Fondazione Forma, a Milano fino a metà Giugno.

 

 

Scerbanenco su Boiling Point

Articolo disponibile qui